L’ABBAZIA DI VALFUCINA
L’abbazia di Santa Maria di Valfucina è uno dei più interessanti e antichi insediamenti monastici della fascia preappenninica: sorto come eremo forse già a partire dal secolo IX, ebbe il suo massimo sviluppo tra i secoli XI e XIII, possedendo terre, celle e chiese in molti dei territori circostanti fino a Jesi, Recanati e Numana. Nel secolo XII, per difendere questo rilevante centro economico e di potere, che aveva al suo interno anche una ricchissima biblioteca, l’abate fece costruire il Castello di Elcito, dove aveva fissato la sua residenza.
Gli storici non sono oggi concordi circa l’epoca della fondazione dell’Abbazia di Valfucina, che alcuni hanno ritenuto risalire al IX secolo; il primo documento che la menziona è datato 1058, ma si ritiene che esso non rappresenti testimonianza del periodo iniziale della sua storia ma, risalga una fase già avanzata di sviluppo del monastero. Per avere un’idea della sua dimensione, dobbiamo immaginarla come un insediamento, molto simile a quello non troppo distante e meglio conservato di San Salvatore in Valdicastro, nel comune di Fabriano.
L’attività dei monaci di Valfucina fu intensa nei secoli XII e XIII e dalle 398 pergamene che ancora oggi si conservano, possiamo ricostruire la sequenza degli abati e un quadro preciso delle sue enormi proprietà fondiarie. L’abbazia possedeva numerose terre nella stessa Valfucina nella la vicina Valle di San Clemente, così come nel territorio di Cingoli; possedeva terreni e chiese anche nei territori di Matelica, Camerino, Cerreto d’Esi, Osimo, Recanati e persino a Numana. La vita monastica vi trascorse per lunghi anni secondo il motto benedettino ora et labora e i monaci avevano qui anche un attivo Scriptorium con una ricca biblioteca, perduta probabilmente nell’incendio del 1251 che risulta aver distrutto la maggior parte degli edifici del monastero.
Già alla metà del XIII secolo si erano già manifestati alcuni primi segni di crisi ed è probabile che a questo motivo vada ricondotta la vendita al Comune di San Severino Marche del Castello di Elcito per 1750 lire anconetane o ravennati nel 1298. Il fortilizio era stato edificato a difesa dell’abbazia a partire dal secolo XII.
All’interno della cinta muraria c’erano il Palazzo dell’Abate, un’alta torre di avvistamento e segnalazione, dove alloggiava il “torresano”, e alcune semplici strutture per l’acquartieramento di una piccola guarnigione; in caso di pericolo vi potevano trovare rifugio e provvisorio alloggio monaci e coloni.
L’abate Benedetto fu l’ultimo residente in Valfucina e guidò il monastero fino al 1483; quattro anni dopo la comunità monastica, ormai priva della propria guida, abbandonò per sempre quello che era stato un importante centro economico e culturale riunendosi ai confratelli di San Lorenzo in Doliolo a Sanseverino.
Papa Innocenzo VIII, con un breve datato 13 luglio 1489 stabilì che i beni superstiti del monastero fossero attribuiti al Capitolo della Collegiata di San Severino, che ha gestito l’azienda agricola e zootecnica per quasi cinque secoli, cedendoli nel 1984 all’Istituto diocesano per il sostentamento clero, che ancora oggi li amministra.
Dell’antica e ricca abbazia restano solo rare testimonianze; nell’ampia vallata, detta comunemente oggi “Abbadia di Elcito”; ricca di pascoli e di campi.
L’odierna chiesa di Santa Maria fu così edificata nei primi anni del secolo XIX, per risarcire le rovine di quella monastica, crollata a causa del terremoto del 1799: questa non ha particolari pregi, se si fa eccezione per le due preziose lapidi che si conservano in facciata. La più antica, del 1267, l’altra del 1501. Dai documenti e dai recenti scavi archeologici si deduce che la chiesa abbaziale abbia avuto una tipica pianta a “T” con due cappelle absidate affiancate al presbiterio.
La parte più rilevante della chiesa è la cripta, che studi recenti farebbero risalire al secolo XI, anche se alcuni studiosi la ritengono costruita in epoca anteriore. Attualmente vi si accede da un varco aperto nella parete sud, mentre In origine l’ingresso avveniva scendendo alcuni gradini dall’interno della chiesa. Ha una pianta detta “ad oratorio”, con tre navate voltate a crociera, divise da colonne e concluse in un’unica abside. A parte l’oscurità, la percezione dello spazio interno è resa difficoltosa dalla presenza dell’ossario che occupa il cuore dell’ambiente.
Le colonne che sostengono archi e volte a crociera hanno basi semplicemente scolpite, ma terminano con capitelli dalle facce riccamente scolpite. Proprio questi capitelli, che sono le opere di maggior interesse di tutto l’attuale complesso architettonico, costituiscono una preziosa testimonianza di arte romanica. Su questi sono rappresentate figure antropomorfe, zoomorfe e motivi geometrici astratti; la semplificazione delle forme si declina nei rilievi di Valfucina in maniera tale da conferire loro un aspetto ancora più arcaico.
Questo ambiente sotterraneo è oggi in stato di completo abbandono, anch’esso inagibile in seguito ai danni riportati a causa del sisma del 2016.
(da “Elcito, il piccolo Tibet delle Marche, di Luca Maria Cristini, 2025)
